Full text: Zeitungsausschnitte: Sonstige Veröffentlichungen Herman Grimms

41 APPENDICE DEL DIRITTO 
ERMANNO GRIMM 
CUOR DI FAIOIUILA 
DAL TEDESCO 
— Enrico, va’ da lei tu, — disse final 
mente Alberto, ma l’altro non volle. 
— A me pare meglio non disturbarla, 
— disse. 
— Anch’io son tale da non lasciarmi 
cavar nulla a l'orza. Aspettiamo che parli 
da sè. 
Così passarono due giorni, i quali pa 
reva rendessero Emma stanca e languida, 
quasi patisse gli effetti di qualche sciroc 
co mentale, ma nessuno la chiedeva di 
nulla. Il terzo giorno al dopo pranzo, av 
venne che Alberto entrò nella stanza 
grande, che era comune a tutti; la quale, 
in sul primo, gli parve vuota, ma poi, 
udito respirare, vide che Emma stava sul 
canapè e che dormiva. Egli si appressò e 
Je mise gli occhi addosso. La fanciulla, 
con una mano si appoggiava la guancia, 
mentre aveva l'altra tutta distesa; ma ci 
era sotto qualcosa di bianco, di piegato, e 
come Alberto si appressò a guardar me 
glio, egli vide che Emma teneva una let 
tera in mano. 
Il contegno di lei aveva alquanto adi 
rato il promesso sposo, il quale, senza di 
Enrico che era sempre a pregarlo di pa 
zientare ancora, avrebbe già rotto il velo 
con cui Emma copriva il suo segreto; 
perchè era di tempra da non poter sop 
portare l’incertezza e lo stare diviso 
fra due. Senza che egli stesso lo sa 
pesse, lo sforzo che aveva creduto di do 
ver fare l’aveva inasprito assai ; ed ora 
che vedeva quella lettera, la sua ira si 
accrebbe molto, e lo indusse a fare una 
cosa elio certo non avrebbe fatto a sangue 
freddo. 
Egli pensò e foce Tatto /.li levare di 
soppiatto quella lettera dalle mani della 
fidanzata, pensando che era suo diritto co 
noscere il contenuto di quel plico, a fine 
di schiarire un mistero che minacciava 
di alienargli il cuore della promessa 
sposa. 
Ma come prima ebbe toccata la lettera, 
Emma si destò subito e, chiudendo riso 
lutamente il pugno che teneva ancora i! 
plico, balzò in piedi e si pose ritta dinanzi 
a lui. Veramente era cresciuta ultima 
mente, niuno avrebbe più potuto ne 
garlo. 
— Che fai ? — esclamò, e il suo volto 
si accese. tutto. Il sonno le aveva scompi 
gliata la chioma che si era sciolta da un 
lato e le pendeva saDa spalla. I suoi oc 
chi parevano più scuri di prima : essa a- 
veva le labbra serrale insieme, e con tutto 
ciò era più bella che mai. 
— Hai tentalo di togliermi questa let 
tera ? — chiese con accento quasi di mi 
naccia, 
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— Sì, ne convengo,— rispose egli con 
tuono più dolce del solito. 
— E perchè? 
— Mi pareva questo un mezzo lecito di 
apprendere perchè sei stata malata per più 
giorni. 
— Ma non sono stata malata! — gridò 
Emma. — Già una volta mi chiedesti di 
ciò, ed io, negandolo, non ho mentito. 
Emma non gli aveva mai parlato con 
siffatto tuono, ed ei rispose, non senza 
violenza : 
— Questa lettera però è cagione del 
tuo pallore, E quando penso alla promessa 
che mi desti , di non mai leggere certe 
lettere senza mostrarmele prima ! Tu sai 
bene di chi voglio parlare. E questa let 
tera ti viene da lui. 
— Sì, viene da lui, è sua, e non è stata 
letta da me. Credi tu forse ch’io rompa 
di nascosto una mia parola ? Guarda ! 
Ciò dicendo gettò in tavola il plico, il 
cui suggello era intatto. 
Alberto stese la mano per impadronir 
sene, ma Emma aveva già ripreso la let 
tera. 
— No, tu non toccherai punto questa 
lettera, io non lo permetterò. 
— Ma è veramente sua ? 
— Si, è sua. Mi sono imbattuta in lui, 
ma non ci siamo detlo nulla che potesse 
spiacerti; solo egli mi diede quel plico, 
ed io non T ho letto, no — ma lo porlo 
meco sempre, e non lascierò che altri lo 
tocchi. Io non mento ; domanda soltanto 
a papà od a Teresa se mai ho mentito. E 
di notte metto questa sua lettera sotto 
il mio guanciale, e di giorno l’ho sempre 
in lasca, e talvolta la tocco di soppiatto e 
allora mi pare di essere felice. 
Emma, mentre parlava, aveva gli occhi 
pieni di lagrime che a stento poteva 
ritenere. 
— Emma, ma che sei matta? — gri 
dò Alberto prendendole il braccio. — 
Queste tue parole non sono altro che de 
lirio. 
La fanciulla però, liberatosi il braccio 
con veemenza, Si pose a sedere, e met 
tendo un piede sopra l’altro ed incro 
ciando le braccia sul petto, lo guardò ri 
solutamente, dicendo: 
— Rimproverami pure, dimmi pure 
die ti ho mancato di fede. Io non lessi 
la lettera, no, ma Tho baciala. Ti avevo 
forse promesso eli non farlo? 
Qui la sua voce appassionata venne sof 
focata da un torrente di lagrime; ella si 
rigettò sul canapè e volse la faccia verso 
il muro. 
Alberto rimaneva lì, senza far motto. 
Dna volta pareva che volesse aprir bocca; 
tuttavia non disse nulla. Volle andar via, 
ma non potè; pensò di dover prendere 
qualche risoluzione, ma non sapendo a 
die risolversi, nè che dirsi, ovvero che 
farsi, rimaneva lì a sentire i singhiozzi di 
Emma. • 
Emilio era a Roma. 
Alberto lo sapeva bene, perchè l’aveva 
riconosciuto nell’occasione di quella con 
versazione dalla famiglia francese. Egli al 
lora si era felicitato, vedendo che Emilio 
pareva volerlo schivare , e credendo an 
che che Emma, la quale era andata via 
così presto col fratello, non avesse veduto 
il giovane. In questo si era ingannato, 
come ben s’ accorgeva ora, ma non dubi 
tava però che Emma non gli avesse detlo 
il vero. 
Ora che fare ? Sfidare il giovane, ucci 
derlo in duello se poteva, ovvero cercare 
solo di fargli intendere la ragione? Ghe 
gran delitto aveva egli commesso in fondo? 
La sua lettera forse non conteneva altro 
che la risoluzione di voler ritirarsi. 
Ali veramente! voler ritirarsi ora che 
Emma si era così mutala. Se fosse stato 
presente a quella scena, non sarebbe toc 
cato a lui il domandare . Ora, signore, che 
cosa farebbe ella in luogo mio? 
Alberto fissava gli occhi su Emma. Ec 
cola lì in agonia sul canapè. Non era forse 
la più vezzosa selvaggina che mai si po 
tesse cacciare? una gazzella spossata gia 
cente nella sabbia ardente del deserto? 
una farfalla, le cui ali delicate non reg 
gono all’ acqua della pioggia, e che, va 
cillante, cerca indarno un asilo? una po 
vera fanciulla che, appena scoperto il 
proprio cuore, lo trova carico di un peso 
soverchio, sicché non può prendere pos 
sesso del vagheggiato suo tesoro, vietatole 
come da un sasso enorme che non è in 
grado di smuovere. 
Allora, non sapendo far altro, sì messe 
lì a piangere. Ma ora non siamo più nel 
tempo felice in cui i buoni genii, secondo 
il dire delle favole, in cosiffatte emer 
genze, uscivano fuori dalle stesse fessure 
del terribile sasso e si adoperavano a 
smuoverlo, ed aiutavano così potentemente 
la povera fanciulla da procacciarle final 
mente il libero accesso a quel suo tesoro 
sepolto. Ghe peccato che sieno passati i 
tempi in cui le lagrime potevano muovere 
a compassione anche le. pietre! 
Alberto avrebbe voluto parlare alla sua 
fidanzata, ma che dirle e che cosa doman 
darle? Da che non lo sapeva, si tacque;e 
lasciatala finalmente, uscì di casa e, tutto 
immerso ne’suoi pensieri, errò per le vie 
della città senza far attenzione al dove 
arriverebbe. Già cominciava a far buio 
quando Alberto, levati gli occhi per caso 
si vide dinanzi una piccola porta, dalla 
cui vista rimase colpito, perchè gli destò 
un sovvenire confuso di qualche cosa av 
venutagli un tempo in quel medesimo' 
luogo. 
Una giovane donna stava seduta sul 
gradino di pietra dinanzi a questa porta, 
e gli parve di aver veduto aneli’ essa. La 
donna teneva in grembo un bambino ; 
un altro le stava vicino e si divertiva a 
giuncare nella via. 
Alberto si fermò a contemplare quel 
gruppo, nè vi era in questo di che dare 
nell’occhio ; gli artisti lo fanno sempre e 
ognidove ; neanche la donna pareva es 
serne punto sorpresa : probabilmente era 
avvezza a ciò. 
(Continua!
	        

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